Del costruire.

Conto spesso i mesi che mi separano dall’ultima volta in cui ti ho scritto. Sette, sono sette. Alle volte li riconto sulle dita delle mani. Così, per non sbagliarmi. Sette, e allora mi dico che mi sono voluta bene per sette mesi e non avrebbe senso rovinare tutto. Sette, e ripenso alla futilità di ciò che vorrei dirti – che poi, riflesso, è ciò che vorrei dire a me stessa. Sette, e mi rivesto di impotenza e ingoio le emozioni e lascio andare.

Cosa vorrei dirti? Non lo so.

Penso a cosa succederebbe se, ad un certo punto, tutte le tue difese crollassero. Mi colpisce il pensiero della sofferenza latente, ciò che potresti provare se ti concedessi il privilegio di sentire. Non sento il desiderio di aiutarti, non provo dispiacere. Razionalmente penso che tutto ciò che ho detestato di te, tutto ciò che mi ha fatta soffrire, è anche tutto ciò che ti tiene in piedi.

Una volta mi hai scritto una riga sulla saudade. Ai tempi l’avevo molto romanzata, facendola diventare emblema di una personalità romantica e passionale che in tutta onestà nemmeno esisteva. Ora la vedo come resa, come ammissione di un tormento interiore che probabilmente ti accompagna da una vita. La scrittura è esercizio di grande introspezione, nonchè dimostrazione delle narrazioni che ci compongono. Hai scelto quel termine, quella sensazione lì.

Non mi manchi, se ripenso agli occhi che ho incrociato a Marzo per caso mi si ritorce lo stomaco. Però ti penso, forse perchè questa terra è vicina alle origini che hai così tanto negato e io, delle mie origini, me ne sono graduatamente riappropriata. Ogni tanto leggo il tuo cognome, quello che affonda le radici qui. Non quello per cui ti conosco io. Mi fa strano pensare al tuo nome affiancato a un appellativo che non conosco, per cui non riesco a identificarti. Ci ho anche provato, nella mia mente, ad accostare i due suoni. Non sei tu, mi dico. Io questa persona non so chi sia.

Ogni tanto per calmarmi uso le frasi che la psicologa ha usato in terapia. Questa è la tua empatia, mi ha detto più volte. Il malessere che provo nel pensare alla tua sofferenza, quella celata dietro ai comportamenti discutibili. La mia empatia va gestita, e infatti sono sette mesi che mi dico “è un’emozione, va bene così” e lascio andare. Non è facile.

Ieri ho visto Nocturnal Animals e mi ha fatto male. Male. La scrittura come arma, strumento per ferire. Ho provato empatia per Amy Adams, ricca ma infelice, costretta a fare i conti con il vuoto reso visibile dalle parole di lui, emotivamente intense. Vive. Ho pensato che stronzo, ne valeva la pena? Esporre la sofferenza altrui, dico, vale la pena? Mi ha fatto male, perchè io spesso ho utilizzato la scrittura per ferirti. Alle volte, quando divento consapevole di qualcosa successo in un determinato punto di questa storia, provo rabbia. E avrei voglia di scriverti, ferirti.

Poi penso non ne vale la pena, e va un po’ meglio.

Sono contenta di questi sette mesi perchè finalmente ho pensato a me. Per la prima volta ho pensato a me. Sono contenta, stanca ma contenta. Se ti avessi scritto, anche una volta sola, sarei tornata indietro. E non sarei partita, non avrei cercato lavoro, non sarei circondata da persone positive, non mi alzerei di mattina con il sole. Ho potuto fare tutto questo perchè mi sono voluta bene, mi sono messa come priorità.

Scrivere, ogni tanto, mi fa bene. Non scrivo molto, ultimamente. Penso che ho pensato tutto il pensabile, per ora, e che ora è solo tempo di costruire.

 

 

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Del perdonarsi (e del ringraziarsi)

Perdono me stessa per la sofferenza che mi sono inflitta, per quella che ti ho permesso di infliggermi.

Perdono me stessa per non essermi presa cura delle mie ferite, per aver dato a te la responsabilità di farlo. Per aver pensato ai tuoi bisogni, per non aver pensato ai miei. Per aver assecondato i tuoi segnali di aiuto, per aver ignorato quelli che stavo mandando a me stessa.

Perdono me stessa per non aver capito che la tua battaglia non poteva essere vinta da me, nè dal mio affetto o dalla mia presenza. Per tutti i gesti che ho compiuto nei tuoi confronti, perché così facendo ti ho aiutato a ferirmi. Per essere rimasta, per non averti lasciato combattere da solo.

Perdono me stessa per aver dato così tanto spazio alla tua narrativa, tralasciando completamente la mia. Per aver voluto scoprire la tua storia, senza prendermi cura di quella che mi riguarda. Per aver cercato il perché dei tuoi comportamenti, ignorando il perché dei miei.

Perdono me stessa per tutte le volte in cui ho pensato alla tua sofferenza, per non aver compreso quanto stessi soffrendo io. Per ciò che la mia sofferenza ha comportato, per tutte le volte in cui sono diventata ossessiva. Per non aver capito che sei stato effetto, non causa.

Ringrazio me stessa per aver avuto il coraggio di cadere. Per aver singhiozzato su un divano e aver ascoltato un “You look pretty much fucked up. Maybe talking to someone will help“. Per aver pianto fino allo sfinimento, fino a comporre un numero di telefono e a chiedere aiuto.

Ringrazio me stessa per essermi impegnata, per aver mantenuto alta la motivazione. Per non aver avuto paura di ripercorrere la mia storia, anche i capitoli più dolorosi. Per aver pianto, sofferto, analizzato, utilizzato la scrittura per gestire la carica emotiva. Per non essermi tirata indietro mai, nemmeno davanti alla realizzazione delle mie debolezze.

Ringrazio me stessa per essermi concessa un percorso di crescita, per essermi data tempo. Per essermi messa al primo posto, per essermi considerata priorità. Per essermi data l’opportunità di rialzarmi da sola, diventando consapevole delle mie risorse.

Il nostro percorso sta giungendo al termine“, mi ha detto la terapeuta. E’ stata una botta di autostima: “Se dice così significa che mi vede cambiata, significa che riesco a stare in piedi da sola!”, ho pensato – in piedi da sola ci sono sempre stata, ma non ne sono mai stata consapevole.

Sorrido molto.
Mi godo le giornate di sole.
Mangio gelati.
Ho prenotato le vacanze con le amiche.

Sto guarendo.

 

Del respirare.

Oggi ho strappato le pagine della moleskine iniziata durante l’estate. E’ stato un gesto catartico, tutte le pagine contenevano narrazioni della mia relazione con T. Sono stata molto titubante, odio gettare quello che scrivo. Ho paura che se ne vada anche la parte di me che quelle cose le ha sentite. Ho paura che se ne vada la parte di me consapevole. Però io sono sempre io, penso. E sono la persona di adesso anche in virtù delle consapevolezze raggiunte, quindi strappare una pagina non fa la differenza. Quelle consapevolezze sono dentro di me, e lì restano.

Un gesto catartico.
Metaforicamente T. è finito nel cestino.

Ho deciso di scrivere questa storia. Senza troppi dettagli personali, senza cadere nella banalità della quotidianità romanzata. Però forse può servire, di abuso psicologico ed emotivo si parla sempre troppo poco e le narrazioni sono sempre a senso unico: anvedi sto narciso che pezzo de *. Poco si dice rispetto al ruolo di chi finisce in questo tipo di relazioni, ancora meno si parla della celata vergogna di cui dobbiamo disfarci una volta realizzato il caos in cui ci siamo infilate.

Ho strappato quelle pagine perchè erano lì, morte, a gridare sofferenza. E io, spinta dal mio fare analitico, le ho guardate e riguardate fino a conoscerle a memoria. Che è un po’ come buttare sale sulle ferite, qualcosa di cui adesso non ho bisogno.

Però, ecco, è uno spreco. Tenerle per me, dico. Così ho deciso di provare a raccogliere le idee e metterle qui, ché magari c’è qualcuno che cerca consolazione e non la trova perchè qualunque tipo di racconto è centrato su quanto sono stronzi loro, non quanto siamo ferite noi.

Tutte le volte in cui vedo la terapeuta esco più combattiva di prima.
Mi piaccio molto.

Cammino tra i canali con la musica nelle orecchie e canto e non mi interessa di chi mi guarda e di chi no. Mi sento bella anche se ho messo su qualche chilo, ho la pelle abbronzata per il sole della scorsa settimana e respiro.

Finalmente respiro.

Del prendersi cura di.

Ho comprato una pianta, insieme a lei un nuovo vaso che si intona benissimo con i colori della mia stanza. Pulisce l’aria, mi ha detto chi me l’ha venduta. Ha le foglie spesse, è piccola ma crescerà. Il mio compito è quello di darle un po’ di acqua ogni tanto, al resto ci penserà la natura.

Ho comprato una pianta, la mia prima pianta, perché mi piace l’idea di prendermi cura di qualcosa senza forzarne la crescita. Mi piace aprire gli occhi al mattino e trovarla lì davanti, verde promemoria di un nuovo inizio.

Solitamente gli inizi mi spaventano, questa volta no.

L’ultima settimana è stata un vortice di emozioni e io, forse, non vi ero preparata. Ho pianto, ho sorriso, il mio cuore ha accelerato e decelerato, ho provato rabbia e l’ho sentita svanire. Uno strano miscuglio di stati emotivi, uno dopo l’altro.

Sto superando la relazione con T., almeno credo. Sento che qualcosa dentro di me si sgretola, ma non è un collasso improvviso. E’ più cera che si scioglie, qualcosa di lento e più lieve.

Una relazione sofferta, dice la terapeuta.
Quando pronuncia quella parola, sofferta, barcollo sempre un po’. Anche quando parla di me e di lui attraverso parole quali dolore, tormento, difficoltà,  mi sento sempre strana.

E’ come sentire una ferita aperta riempirsi di polvere.

T. mi ha insegnato tanto. Non è stato lui ad insegnarmi, quanto più l’esperienza in sè. Ho imparato tanto su di me, sto continuando ad imparare e spero di non fermarmi mai.

Sto meglio, sono un po’ più centrata e non in balia degli altri. Sto imparando ad ascoltare la mia voce e la mia soltanto, senza preoccuparmi troppo di quella altrui. Sto imparando a dare priorità ai miei bisogni, perché se non mi prendo cura io, di me stessa, chi mai può farlo? Sto imparando a camminare al mio passo, considerando che questo è il solo passo che devo prendere in considerazione. Sto imparando a non delegare, a non mettere la mia felicità nelle mani di qualcun altro.

Ho impiegato ventotto anni per capire che se non mi faccio felice io, nessuno può farlo. Non è mai troppo tardi, in fondo, per iniziare a prendersi cura di sè.

 

Dove eravamo rimasti?

Ah, sì, il dottorato.

Due anni fa, più o meno in questo periodo, ricevetti il rifiuto da parte dell’università belga in cui avrei voluto fare il dottorato. Ricordo di aver aperto la mail sul divano di casa, in una giornata estiva in cui le finestre erano chiuse per il troppo caldo. Ricordo il cuore in gola e un respiro a pieni polmoni, il mio essere sollevata per aver perso quella competizione.

Qualche giorno prima avevo incontrato la famiglia olandese presso cui ero stata alla pari, tre anni prima. Avevamo pranzato in un’osteria a Verona, bevuto vino e camminato per le vie della città. Mi proposero di tornare in Olanda, nel caso non avessi trovato lavoro in Italia.

Dopo il rifiuto da perte dell’università in Belgio non ci ho pensato nemmeno un secondo: tre settimane dopo ero in Olanda.

Il periodo dopo la laurea è stato un periodo di spaesamento, ho mandato application a destra e a manca senza sapere bene dove sbattere la testa. Ero preoccupata di non trovare nulla, preoccupata di non essere abbastanza competitiva per quel mercato del lavoro. Ho ricevuto parecchi rifiuti, molte non risposte, poche opportunità. Il periodo post laurea, quello di ragazza alla pari per la seconda volta, l’ho vissuto tra la cucina e il salotto di una casa che è diventata familiare quanto la mia. Ho mangiato parecchio, cucinato per sentirmi meglio, camminato poco, giocato con L.

Sono approdata ad Amsterdam all’inizio dello scorso anno, assunta con un contratto da tirocinante. Sei mesi dopo sono stata assunta ufficialmente, il mio contratto è terminato undici giorni fa.

L’esperienza lavorativa è stata positiva, ho avuto l’occasione di lavorare in una azienda sociale che si occupa di mobilità in Africa. Ho imparato tanto, lavorativamente parlando e non. Sono stata tre mesi in un paese africano, ho lavorato con la comunità locale, ho sviluppato capacità che prima non avevo. Mi sono occupata di comunicazione e marketing, mi sono messa in gioco e ho cercato di dare il massimo. Lavorare in un team internazionale non è facile, soprattutto se si lavora in una flat organization che alle volte tanto flat poi non è. Le differenze culturali, insieme alle differenze di opinioni circa la gestione aziendale e di business, alle volte rendono difficile portare a termine i task più semplici. Diciamo che mi sto abituando e sto svillupando capacità interpersonali che mi possono venire utili in futuro. Tuttavia, a conti fatti, come primo lavoro post laurea non avrei potuto chiedere di meglio.

Gli ultimi venti mesi sono stati difficili, un po’ per il lavoro e un po’ per via di una situazione personale di forte disagio.

Senza accorgemene sono finita in una relazione emotivamente, psicologicamente e, purtroppo, fisicamente abusiva. Ho sofferto tanto, in un modo che non credevo fosse umanamente possibile. Me ne sto liberando ora, in seguito a un percorso personale di terapia che mi sta aiutando parecchio.

Sono tornata a Lisbona, da sola, per due settimane. Il mio cuore è guarito un po’, me ne sto prendendo cura come non mai.

Ho tanto da scrivere, davvero tanto.
Mi sono ritrovata, mi sto tenendo stretta e spero di non andarmene più.

Del ritorno.

Sono tornata, o almeno credo. Ho due anni in più sulle spalle, un contratto terminato e un cuore in via di guarigione. Ieri ho sostenuto un colloquio di lavoro e mi è stato chiesto: “Do you blog, now?” Ho risposto no, non più. Mi piacerebbe ricominciare, chissà.

E niente, forse ricomincio.

 

Del non ottenere un lavoro, della felicità e della fine (forse).

Ieri è successa una cosa strana. Ho ricevuto la mail dall’Università estera che mi informava circa la posizione per il dottorato cui avevo fatto domanda. Grandi complimenti e ringraziamenti e un finale definitivo: the other candidate was stronger than you. L’ho riletta più volte, con il cuore in gola, meravigliandomi del mio primo pensiero.

Per fortuna.

Pare assurdo, è sembrato folle anche a me. Eppure, contro ogni aspettativa, l’ho pensato. E ridevo, sul divano, da sola, ridevo come se mi avessero dato la notizia più bella del mondo. E’ stato un momento liberatorio, il primo dopo la laurea e forse il primo dopo almeno due anni di ripensamenti vari.

C. ed io abbiamo snocciolato la questione dottorato per mesi, analizzandola a fondo. Per mesi sono stata combattuta: lo faccio, non lo faccio, mi piacerebbe, non mi piacerebbe e via dicendo. La verità è che studiare mi è sempre piaciuto, ho sempre ottenuto buoni risultati e ho sempre creduto di esservi portata. La verità, quella nascosta che spesso non mi racconto, è che studiare psicologia è stato faticoso.

Non parlo degli esami, dei concetti, dei costrutti o delle teorie. Studiare psicologia è stato faticoso per una serie di ragioni. In primis lo studio della psicologia sociale, se fatto adeguatamente, ti costringe a guardare il mondo con occhi ben aperti ed attenti. Non si tratta di osservare se stessi e le persone seguendo classificazioni diagnostiche, quanto più di di adottare uno sguardo di insieme sul sé e sugli altri come individui inseriti in contesti e sistemi, in un costante flusso reciproco di influenze.

Occuparsi di psicologia sociale da un punto di vista cognitivo, ovvero cercare di capire come percepiamo e interpretiamo il mondo e come ci comportiamo di conseguenza, è stata un’avventura bellissima. Bellissima ma mentalmente difficile.

Il tirocinio dell’ultimo anno mi ha prosciugata, me ne sono resa conto solo adesso. Ho lavorato con persone rispettabili e mi sono immersa in un mondo che fino ad un anno fa avevo solo immaginato. Ho avuto piena libertà nei disegni di ricerca, mi sono presa la responsabilità di due studi sperimentali condotti dall’inizio alla fine, ho studiato articoli di linguistica cognitiva incomprensibili e ho dovuto estrapolare una conclusione di uno studio partendo da ipotesi iniziali non ben identificate. Ho dormito poco. Ho dormito male perché la statistica mi tormentava. Ho passato ore a chiedermi il perché di risultati non previsti. Sono uscita di casa solo per andare in facoltà. Ho trascorso due giorni a Palma de Mallorca, in primavera, e non facevo che controllare la mail. Mi è venuto il magone davanti a una cerveza XXL mentre M. mi diceva mi sembra tu abbia tante regole, sei sicura di stare bene? Mentre camminavo pensavo alle variabili che non avevo incluso nella ricerca, insomma, sono stata piuttosto impegnata.

C’è chi impegni di questo genere riesce a gestirli e chi no.
Io no.

Fare ricerca (provare a farla, almeno) mi ha messo di fronte al fatto che sì, potrei averne le capacità, ma solo mettendo in secondo piano il mio equilibrio mentale. Ho provato a mettere a tacere questa voce affermando che, se mai avessi vinto il concorso, poi avrei cercato di bilanciare vita accademica e vita sociale, ma il solo fatto di aver sospirato di sollievo una volta avuto il responso ha riportato a galla tutto.

Fare ricerca non fa per me.

Non si tratta di gettare la spugna, prendo solo consapevolezza che non posso sostenere tutto quello che ho sempre pensato di riuscire a fare. Sono sempre stata curiosa e questa curiosità che mi contraddistingue spero non mi abbandoni mai, ma non riuscirei a vivere serenamente una scelta del genere per tutto quello che, per me, comporterebbe.

Sensazioni di inferiorità nei confronti di chi conosce più di me.
Ansia al solo pensiero di dover imparare da sola ulteriori analisi statistiche.
Pressione derivata dal lavorare con persone altamente competenti in un ateneo competitivo.
Pressione riguardo le aspettative di chi mi ha assunto.
Pressione riguardo le aspettative di chi ha garantito per me.

Insomma, sarebbe stato tutto troppo grande.
E io la vita me la sono complicata già a sufficienza.

Ieri mi sono resa conto che in tutti questi anni ho fatto quello che mi piace, ma l’ho fatto con il peso sulle spalle di chi da sempre è ‘bravo‘ e  deve confluire le energie in qualcosa di intellettivo perché altrimenti sarebbe un talento sprecato.

Pensare, elaborare, far sorgere riflessioni, partorire idee, discutere ha sempre fatto parte di me, ma non è detto che il laboratorio sia l’unica soluzione. Mi sento libera come se non lo fossi mai stata, libera di dare alla mia vita una direzione piuttosto che un’altra. Mi sento come se, per la prima volta, avessi l’opportunità di fare davvero qualcosa mettendo in gioco le mie capacità senza tralasciarne nemmeno una. Senza seguire un percorso già scritto e una carriera che potrei seguire come naturale prosecuzione del percorso fatto fino ad oggi.

Studiare psicologia sociale è stato bellissimo perché ho imparato ad assumere una visione che prima non avevo.
E questo dev’essere solo l’inizio, non la fine.

O almeno spero.

(Avevo preparato un post di commiato ma non ha senso aggiungerlo ora. Il blog si prende una pausa, nell’ultimo anno non sono stata in grado di curarlo a sufficienza e me ne sono allontanata. Forse fa parte di una fase diversa, forse non mi appartiene nemmeno più. Non so cosa farò, la cosa veramente bella è che nel cercare lavoro non pongo limiti alla geografia e spero che questo mi porti fortuna. Non è vero che non so cosa farò, una mezza idea c’è già ma, insomma, vediamo. Ad ogni modo le cose succedono e io ringrazio l’insieme di circostanze che ha fatto sì che arrivassi fino a qui piena di lividi e pensieri sconnessi e sorrisi incomprensibili e grazie, ecco, per essere passati e per esservi affezionati – forse – e perché la cosa bella di una pagina virtuale è chi la legge, dall’altra parte del pc. Se torno sarete i primi a saperlo. Beijinhos, I.)