Del prendersi cura di.

Ho comprato una pianta, insieme a lei un nuovo vaso che si intona benissimo con i colori della mia stanza. Pulisce l’aria, mi ha detto chi me l’ha venduta. Ha le foglie spesse, è piccola ma crescerà. Il mio compito è quello di darle un po’ di acqua ogni tanto, al resto ci penserà la natura.

Ho comprato una pianta, la mia prima pianta, perché mi piace l’idea di prendermi cura di qualcosa senza forzarne la crescita. Mi piace aprire gli occhi al mattino e trovarla lì davanti, verde promemoria di un nuovo inizio.

Solitamente gli inizi mi spaventano, questa volta no.

L’ultima settimana è stata un vortice di emozioni e io, forse, non vi ero preparata. Ho pianto, ho sorriso, il mio cuore ha accelerato e decelerato, ho provato rabbia e l’ho sentita svanire. Uno strano miscuglio di stati emotivi, uno dopo l’altro.

Sto superando la relazione con T., almeno credo. Sento che qualcosa dentro di me si sgretola, ma non è un collasso improvviso. E’ più cera che si scioglie, qualcosa di lento e più lieve.

Una relazione sofferta, dice la terapeuta.
Quando pronuncia quella parola, sofferta, barcollo sempre un po’. Anche quando parla di me e di lui attraverso parole quali dolore, tormento, difficoltà,  mi sento sempre strana.

E’ come sentire una ferita aperta riempirsi di polvere.

T. mi ha insegnato tanto. Non è stato lui ad insegnarmi, quanto più l’esperienza in sè. Ho imparato tanto su di me, sto continuando ad imparare e spero di non fermarmi mai.

Sto meglio, sono un po’ più centrata e non in balia degli altri. Sto imparando ad ascoltare la mia voce e la mia soltanto, senza preoccuparmi troppo di quella altrui. Sto imparando a dare priorità ai miei bisogni, perché se non mi prendo cura io, di me stessa, chi mai può farlo? Sto imparando a camminare al mio passo, considerando che questo è il solo passo che devo prendere in considerazione. Sto imparando a non delegare, a non mettere la mia felicità nelle mani di qualcun altro.

Ho impiegato ventotto anni per capire che se non mi faccio felice io, nessuno può farlo. Non è mai troppo tardi, in fondo, per iniziare a prendersi cura di sè.

 

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Dove eravamo rimasti?

Ah, sì, il dottorato.

Due anni fa, più o meno in questo periodo, ricevetti il rifiuto da parte dell’università belga in cui avrei voluto fare il dottorato. Ricordo di aver aperto la mail sul divano di casa, in una giornata estiva in cui le finestre erano chiuse per il troppo caldo. Ricordo il cuore in gola e un respiro a pieni polmoni, il mio essere sollevata per aver perso quella competizione.

Qualche giorno prima avevo incontrato la famiglia olandese presso cui ero stata alla pari, tre anni prima. Avevamo pranzato in un’osteria a Verona, bevuto vino e camminato per le vie della città. Mi proposero di tornare in Olanda, nel caso non avessi trovato lavoro in Italia.

Dopo il rifiuto da perte dell’università in Belgio non ci ho pensato nemmeno un secondo: tre settimane dopo ero in Olanda.

Il periodo dopo la laurea è stato un periodo di spaesamento, ho mandato application a destra e a manca senza sapere bene dove sbattere la testa. Ero preoccupata di non trovare nulla, preoccupata di non essere abbastanza competitiva per quel mercato del lavoro. Ho ricevuto parecchi rifiuti, molte non risposte, poche opportunità. Il periodo post laurea, quello di ragazza alla pari per la seconda volta, l’ho vissuto tra la cucina e il salotto di una casa che è diventata familiare quanto la mia. Ho mangiato parecchio, cucinato per sentirmi meglio, camminato poco, giocato con L.

Sono approdata ad Amsterdam all’inizio dello scorso anno, assunta con un contratto da tirocinante. Sei mesi dopo sono stata assunta ufficialmente, il mio contratto è terminato undici giorni fa.

L’esperienza lavorativa è stata positiva, ho avuto l’occasione di lavorare in una azienda sociale che si occupa di mobilità in Africa. Ho imparato tanto, lavorativamente parlando e non. Sono stata tre mesi in un paese africano, ho lavorato con la comunità locale, ho sviluppato capacità che prima non avevo. Mi sono occupata di comunicazione e marketing, mi sono messa in gioco e ho cercato di dare il massimo. Lavorare in un team internazionale non è facile, soprattutto se si lavora in una flat organization che alle volte tanto flat poi non è. Le differenze culturali, insieme alle differenze di opinioni circa la gestione aziendale e di business, alle volte rendono difficile portare a termine i task più semplici. Diciamo che mi sto abituando e sto svillupando capacità interpersonali che mi possono venire utili in futuro. Tuttavia, a conti fatti, come primo lavoro post laurea non avrei potuto chiedere di meglio.

Gli ultimi venti mesi sono stati difficili, un po’ per il lavoro e un po’ per via di una situazione personale di forte disagio.

Senza accorgemene sono finita in una relazione emotivamente, psicologicamente e, purtroppo, fisicamente abusiva. Ho sofferto tanto, in un modo che non credevo fosse umanamente possibile. Me ne sto liberando ora, in seguito a un percorso personale di terapia che mi sta aiutando parecchio.

Sono tornata a Lisbona, da sola, per due settimane. Il mio cuore è guarito un po’, me ne sto prendendo cura come non mai.

Ho tanto da scrivere, davvero tanto.
Mi sono ritrovata, mi sto tenendo stretta e spero di non andarmene più.

Del ritorno.

Sono tornata, o almeno credo. Ho due anni in più sulle spalle, un contratto terminato e un cuore in via di guarigione. Ieri ho sostenuto un colloquio di lavoro e mi è stato chiesto: “Do you blog, now?” Ho risposto no, non più. Mi piacerebbe ricominciare, chissà.

E niente, forse ricomincio.

 

Del non ottenere un lavoro, della felicità e della fine (forse).

Ieri è successa una cosa strana. Ho ricevuto la mail dall’Università estera che mi informava circa la posizione per il dottorato cui avevo fatto domanda. Grandi complimenti e ringraziamenti e un finale definitivo: the other candidate was stronger than you. L’ho riletta più volte, con il cuore in gola, meravigliandomi del mio primo pensiero.

Per fortuna.

Pare assurdo, è sembrato folle anche a me. Eppure, contro ogni aspettativa, l’ho pensato. E ridevo, sul divano, da sola, ridevo come se mi avessero dato la notizia più bella del mondo. E’ stato un momento liberatorio, il primo dopo la laurea e forse il primo dopo almeno due anni di ripensamenti vari.

C. ed io abbiamo snocciolato la questione dottorato per mesi, analizzandola a fondo. Per mesi sono stata combattuta: lo faccio, non lo faccio, mi piacerebbe, non mi piacerebbe e via dicendo. La verità è che studiare mi è sempre piaciuto, ho sempre ottenuto buoni risultati e ho sempre creduto di esservi portata. La verità, quella nascosta che spesso non mi racconto, è che studiare psicologia è stato faticoso.

Non parlo degli esami, dei concetti, dei costrutti o delle teorie. Studiare psicologia è stato faticoso per una serie di ragioni. In primis lo studio della psicologia sociale, se fatto adeguatamente, ti costringe a guardare il mondo con occhi ben aperti ed attenti. Non si tratta di osservare se stessi e le persone seguendo classificazioni diagnostiche, quanto più di di adottare uno sguardo di insieme sul sé e sugli altri come individui inseriti in contesti e sistemi, in un costante flusso reciproco di influenze.

Occuparsi di psicologia sociale da un punto di vista cognitivo, ovvero cercare di capire come percepiamo e interpretiamo il mondo e come ci comportiamo di conseguenza, è stata un’avventura bellissima. Bellissima ma mentalmente difficile.

Il tirocinio dell’ultimo anno mi ha prosciugata, me ne sono resa conto solo adesso. Ho lavorato con persone rispettabili e mi sono immersa in un mondo che fino ad un anno fa avevo solo immaginato. Ho avuto piena libertà nei disegni di ricerca, mi sono presa la responsabilità di due studi sperimentali condotti dall’inizio alla fine, ho studiato articoli di linguistica cognitiva incomprensibili e ho dovuto estrapolare una conclusione di uno studio partendo da ipotesi iniziali non ben identificate. Ho dormito poco. Ho dormito male perché la statistica mi tormentava. Ho passato ore a chiedermi il perché di risultati non previsti. Sono uscita di casa solo per andare in facoltà. Ho trascorso due giorni a Palma de Mallorca, in primavera, e non facevo che controllare la mail. Mi è venuto il magone davanti a una cerveza XXL mentre M. mi diceva mi sembra tu abbia tante regole, sei sicura di stare bene? Mentre camminavo pensavo alle variabili che non avevo incluso nella ricerca, insomma, sono stata piuttosto impegnata.

C’è chi impegni di questo genere riesce a gestirli e chi no.
Io no.

Fare ricerca (provare a farla, almeno) mi ha messo di fronte al fatto che sì, potrei averne le capacità, ma solo mettendo in secondo piano il mio equilibrio mentale. Ho provato a mettere a tacere questa voce affermando che, se mai avessi vinto il concorso, poi avrei cercato di bilanciare vita accademica e vita sociale, ma il solo fatto di aver sospirato di sollievo una volta avuto il responso ha riportato a galla tutto.

Fare ricerca non fa per me.

Non si tratta di gettare la spugna, prendo solo consapevolezza che non posso sostenere tutto quello che ho sempre pensato di riuscire a fare. Sono sempre stata curiosa e questa curiosità che mi contraddistingue spero non mi abbandoni mai, ma non riuscirei a vivere serenamente una scelta del genere per tutto quello che, per me, comporterebbe.

Sensazioni di inferiorità nei confronti di chi conosce più di me.
Ansia al solo pensiero di dover imparare da sola ulteriori analisi statistiche.
Pressione derivata dal lavorare con persone altamente competenti in un ateneo competitivo.
Pressione riguardo le aspettative di chi mi ha assunto.
Pressione riguardo le aspettative di chi ha garantito per me.

Insomma, sarebbe stato tutto troppo grande.
E io la vita me la sono complicata già a sufficienza.

Ieri mi sono resa conto che in tutti questi anni ho fatto quello che mi piace, ma l’ho fatto con il peso sulle spalle di chi da sempre è ‘bravo‘ e  deve confluire le energie in qualcosa di intellettivo perché altrimenti sarebbe un talento sprecato.

Pensare, elaborare, far sorgere riflessioni, partorire idee, discutere ha sempre fatto parte di me, ma non è detto che il laboratorio sia l’unica soluzione. Mi sento libera come se non lo fossi mai stata, libera di dare alla mia vita una direzione piuttosto che un’altra. Mi sento come se, per la prima volta, avessi l’opportunità di fare davvero qualcosa mettendo in gioco le mie capacità senza tralasciarne nemmeno una. Senza seguire un percorso già scritto e una carriera che potrei seguire come naturale prosecuzione del percorso fatto fino ad oggi.

Studiare psicologia sociale è stato bellissimo perché ho imparato ad assumere una visione che prima non avevo.
E questo dev’essere solo l’inizio, non la fine.

O almeno spero.

(Avevo preparato un post di commiato ma non ha senso aggiungerlo ora. Il blog si prende una pausa, nell’ultimo anno non sono stata in grado di curarlo a sufficienza e me ne sono allontanata. Forse fa parte di una fase diversa, forse non mi appartiene nemmeno più. Non so cosa farò, la cosa veramente bella è che nel cercare lavoro non pongo limiti alla geografia e spero che questo mi porti fortuna. Non è vero che non so cosa farò, una mezza idea c’è già ma, insomma, vediamo. Ad ogni modo le cose succedono e io ringrazio l’insieme di circostanze che ha fatto sì che arrivassi fino a qui piena di lividi e pensieri sconnessi e sorrisi incomprensibili e grazie, ecco, per essere passati e per esservi affezionati – forse – e perché la cosa bella di una pagina virtuale è chi la legge, dall’altra parte del pc. Se torno sarete i primi a saperlo. Beijinhos, I.) 

Tutto torna al suo posto.

Prendo piena consapevolezza di me quando reggo un colloquio per un dottorato e mi sento dire you’re a strong candidate. Reggo un colloquio presentando un’idea mia, in una lingua diversa da quella che parlo quotidianamente, senza farmi prendere dal panico. Prendo consapevolezza di tutti questi anni di studio, domande, introspezione, viaggi, risate, sorrisi, insicurezza e tutto torna al suo posto. Così, senza che io me ne accorga direttamente. Ho sempre avuto la percezione che il merito per i risultati ottenuti, l’insieme di esperienze diverse che ho avuto tra le mani, tutte le cose che mi hanno attraversato risiedesse in fattori altri, altri da me. E invece no, ci sono anche io.

Che si parta o no devo promettermi di credere in me, di smetterla di lamentarmi e di buttarmi senza la paura di cadere. Sempre.

GRA_IL

Life begins at the end of your comfort zone.

Life begins at the end of your comfort zone e io piango come una bambina perché la mia comfort zone si sta restringendo e non so come rimanere a galla. E’ finita, finita l’era degli schemi dei quaderni dei libri degli articoli delle ricerche sperimentali delle beghe burocratiche per far partire gli studi di Spss delle Anove e della statistica da cui si impara sempre. Finita l’era dei trenta e delle lodi e degli spritz dopo gli esami e delle reclusioni a scrivere e a pensare a tutti gli studi possibili e a tutte le ipotesi possibili. Chissà come il linguaggio influenza x e la cultura influenza y e gli stereotipi derivano da questo e le decisioni dall’altro, chissà quante cose ancora non sappiamo sulla cognizione e il mondo sociale chissà. Finita, è finita e piango come una bambina con una tesi davanti quasi conclusa con due studi l’inglese la statistica che però non sono mai abbastanza perché ho studiato sei anni, questo era il minimo che dovessi fare. Non sei mai contenta, dice mia madre, e hai ragione mamma perché quello che studio vorrei servisse fuori, nel mondo reale, non mi importa di una corona di alloro e nemmeno della festa perché davvvero, non ho fatto niente di che. Non puoi sempre pensare di salvare il mondo, mi dice, ed è vero ma io sono pure questa, un carico pesante di ambizioni e speranze e voglia di cambiare le cose e non potrei mai essere felice in una vita il cui scopo riguarda me e solo me, mai. Quando S. girava per l’aula raccontando le guerre greche noi pendavamo dalle sue labbra ed erano solo guerre, niente più, ma io ricordo ancora di aver pensato da grande voglio essere così, così appassionata divertente competente e insomma io volevo essere lui perché volevo – vorrei – che qualcuno mi guardasse così, come una persona da cui si può imparare. Ma non i concetti la storia l’italiano la geografia, no. Imparare ad essere persone che lavorano si impegnano inseguono i propri sogni e lo fanno con lo sguardo volto al prossimo perché vogliono lasciare un’impronta nel mondo. Ho paura ad ammetterlo, ammettere che vorrei essere una che insegna perché insegnare significa entrare in un mondo in cui l’insegnamento è l’ultima delle priorità. Non mi importa del prestigio, dell’essere first author sugli articoli, delle sgomitate per pubblicare sul giornale con l’impact factor più alto. Vorrei solo dire agli altri quello che so, trasmettere un messaggio, fare in modo che le persone pensino con la propria testa e, se non cambiare il mondo, almeno fare qualcosa di utile senza l’ansia che il mondo accademico tende a generare. Piango come una bambina a ventisei anni, mentre penso a cosa fare della mia vita dopo aver visto che la vita va dove cazzo vuole. Vorrei essere spedita a Timbuctu dentro a una cassa come Edgar degli Aristogatti e svegliarmi in un posto e dovermela cavare senza tutte queste paranoie oscene che se mi rileggo mi prendo a sberle pure io.

Beh, torno a guardare biglietti aerei.
Forse è il caso.

Cose che mi vengono in mente.

Da bambina amavo il Venerdì sera. Venerdì era il giorno in cui finiva la settimana scolastica, preludio a un Sabato in cui mi sarei goduta il riposo e i miei genitori. Il venerdì sera mamma cucinava qualcosa di speciale – pizza, per lo più – e il dopo cena era dedicato a Paperissima e alle risate sul divano. Ho ricordi bellissimi di Venerdì sera perché mentre Paperissima non andava in onda noi silenziavamo il volume della tv e ascoltavamo musica. Non so se succedeva di frequente o se questo unico fotogramma si ripete in un loop mentale infinito, ma ho un’immagine di papà che accende lo stereo e fa partire questa canzone. Mi è tornato in mente ieri e ho riso da sola, nonostante la tesi da finire.

Sto riascoltando il cd di Deep Forest e lo farò per la prossima ora. Ora mando una mail a mio padre, fra tre giorni torno a casa e sono certa che lo starà ancora ascoltando.

La mela, in fondo, non cade mai lontano dall’albero.